“1.618 Respiri” non è un’opera solo da guardare, ma da leggere, da seguire, da vivere. Si estende su quattro tele quadrate, disposte come le geometrie che compongono la spirale aurea, quell’antico simbolo di armonia e bellezza. Ma in questo caso, l’armonia è solo apparente. La spirale è un vortice. Un movimento che stringe, che ingloba, che obbliga chi osserva a perdersi nel ritmo dei versi.
I frasi si snodano seguendo la spirale, come fa il pensiero quando si avvolge su se stesso, come fa l’ansia quando cresce silenziosa fino a esplodere. L’opera è un atto di sopravvivenza, una richiesta di ossigeno.
Volutamente, i versi non si leggono con chiarezza. Proprio come accade in quei momenti in cui la mente si offusca e nulla sembra comprensibile. È un disorientamento visivo che rispecchia il disorientamento interiore.
All’inizio c’è il caos, c’è la paralisi. Le prime parole sono: “NON RIESCO”. Poi, lentamente, qualcosa si muove, torna il respiro: corto, lungo, interrotto, ma torna. E con lui, la possibilità di andare avanti.
Al centro della spirale c’è uno specchi nero.
Ti ci avvicini e ti vedi. Ma non è solo il tuo riflesso: è ciò che resta di te dopo la vertigine, dopo il buio, dopo il silenzio. Le parole sono scritte con un colore denso, materico, come pensieri pressati tra le tempie. Ogni verso è una confessione. Ogni curva, una cicatrice. Ogni spazio bianco è un silenzio che pesa come un urlo trattenuto.
In quest’opera racconto la discesa, lo smarrimento, la lotta contro l’invisibile, ma anche una risalita.

